Rosso
vivo
passione
fiamma alacre
vetri d’Istanbul
tramonto incendiato
riccioli mossi dal vento
sangue delle membra vergini
tempesta di sabbia nel deserto
e poi i miei occhi che bramano parole
Navigherò nei mari
dell’inettitudine
Parole vuote
Suoni sordi
Immagini opache
e mani aride che
scalfiranno i nostri
petti colmi di
polvere e monotonia,
lacerati da autoironia
e cinismo esasperato.
Naufragando un inutile
travaglio interiore

Parlami con semplicità
Parlami con semplicità
Non giostrare oggi
Parlami con serenità
Oggi non aizzare.
Non farmi sentire messia
Infondi senza turbare
Attendo mite oggi
Dea di conoscenza
che fai Musa ogni
dispiacere per me.

Popolo della notte
che nasconde il disagio
mimetizzando tra il buio
e la matita scura che
contorna i loro occhi,
di chi non appartiene
mai e solo nel branco
un velo scopre


Il mare mi manca
e le infinite distese
che lo mitigano
nel nero funesto,
lo accarezzano nel
turchese raggiante.
L’impetuoso mi manca
quando, di blu notte
lo preferisco, rapisce
e mi placa.

Ho parlato a lungo con le mani: sulla tastiera, sulle guance dei bambini, sul corpo dell'amato
e in silenzio ho ascoltato
lo stupore dell'attesa.
Te lo leggo negli occhi:
le tue dita impazienti,
tremula la voce
caduco il tono,
ciò che porti
non è laido spettacolo.
Ho parlato a lungo
e a lungo, ancora,
ho vegliato al
tuo travaglio,
non perchè tacessi
ma librare
le tue parole alate.
Il sublime qui perdura.


Vivo la solitudine
segreta come una penitenza
dolorosa come un requiem
intima come un amante
L’odore del treno
di ferro e sudore,
di giorni col sole
lontano dai figli
e una moglie
improvvisa ad
essere padre,
dona stasera
doppie carezze
che, di blu e di
notte ritorna
alla casa, il
ferroviere stanco,
del viaggio ad
un capo e poi
all’altro del mondo,
è l’unica cosa
che porta con se.

Hanno trasportato la
pace con imponenti
carghi volanti e la
giustizia infinita
si è stesa tra i
loro villaggi, fango
e barbarie.
Hanno regalato il
Natale coprendo di
bianco, case capanne
bambini bambine.
Ed ardeva la loro
pelle. Non era neve.
Fosforo bianco.

Falluja è il nome di tutti i genocidi che vivono nel nostro tempo.
Ed è drammaticamente ironico che nel giorno della memoria, ci sia chi usa le proprie cicatrici come stampo per nuove ferite.
Temo l’inverno,
fra gelate su sogni ed asfalto
rinvigorisce solo i più forti
Temo la primavera,
meramente consigliera vitale
va facile sul fertile risveglio

Temo l’estate,
eccessivamente esplosiva mi
svilisce tra l’afa e i disagi
L’autunno non temo
ma proteggo, con la malinconia
e il grigiore rassicurante ne
farò dimora per l’intero anno.

Solitudine
Specialmente è nella notte
Le pagine di Kavafis
Ideali psicodrammi
Cantilene monotone
Lascivia orrorosa
Fino all’albeggiare
Grigio di sentori.
Ammaliante
evocazione.
Tra anemoni
in fiore
sui cigli
del gorgogliare
rumoroso.
Troppo lacerante
la dicotomia
delle possibilità.
Credere o inventare.

Solo
